Chi non ricorda Porzia ne “Il mercante di Venezia” che si
traveste da uomo, calandosi nei panni di un avvocato per difendere Antonio nel
processo in cui Shylock rivendicava la sua libbra di carne, per il ritardo del
pagamento del suo debito?
William Shakespeare scrisse quest’opera teatrale tra il
1596 e il 1598, e la finzione scenica permise quello che era impensabile per
una donna: l’esercizio della professione, ancora completamente ad appannaggio degli
uomini.
Eppure spigolando tra vecchi documenti trevigiani, trascritti
dal notaio Gustavo Bampo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo
successivo, si possono trovare quelli redatti per conto di Katerina da Lozzo dal notaio De Col San Martino Vivenzio, tra il
1371 e il 1374.
Katerian
de Locio (Lozzo) viene definita Advocatissa
Tarvisij. La definizione lascia intendere che la nobil donna doveva conoscere
bene la materia giuridica, e probabilmente praticava quella professione che
aveva reso famosa la sua famiglia.
Caterina era figlia di Guidone da Lozzo di Padova e moglie
di Gualcellone Tempesta, pure lui avvocato a Treviso, abitanti in contrada di
Sant’Agostino.
Nel 1374, nonostante sia sana di corpo e di mente, Caterina
redige il suo testamento. È interessante leggere le sue disposizioni testamentarie
per capire anche sommariamente la sua personalità
Caterina vuole essere sepolta nella chiesa di San
Francesco, nella cappella di San Giovanni Battista dove già il figlio Nicolò
riposava, cum una lastra supra e quindi
non in un mausoleo o un’arca sepolcrale. Lascia numerosi e corposi legati, come
di consueto facevano le persone facoltose in quel periodo, a frati, monache e
chiese della città. Sorprende invece quel voler lasciare dei fondi per liberare
dalla prigione alcuni carcerati.
Ma non solo: oltre alle consuete messe da celebrarsi dopo
la sua morte, Caterina lascia 200 lire di piccoli affinché venga inviata
persona idonea ad sanctum passagium
contra infidelles, la quale doveva essere mantenuta per un anno a spese
dell’eredità. E questo quando Pietro I re di Cipro aveva già siglato da sei
anni il trattato di pace con il sultano d’Egitto, mettendo fine anche alla
decima crociata.
Una parte cospicua del testamento è dedicata alle
disposizioni per la realizzazione dell’arca sepolcrale che doveva accogliere le
spoglie del compianto figlio Nicolò.
Caterina vuole che sia magistro
Jacomello de Venetijs a realizzare l’arca e per questo dispone vengano
spesi cento quattordici ducati d’oro. Giacomello da Venezia potrà realizzare l’opera
nella sua bottega e una volta ultimata dovrà trasportarla oltre ad preparandam et
conzandam dicta archam nella chiesa di San Francesco per
ulteriori sedici ducati d’oro.
Nel caso si dovessero avanzare soldi dalla sepoltura del
figlio, ordina ai commissari che venga fatta una cappella nella ditta chiesa.
Lascia
poi due parti di tutti i suoi beni ai figli maschi legittimi e naturali del
figlio Vampo e la terza parte di tutti i suoi beni, in parti uguali, al figlio
Vampo e alla figlia Agnese moglie del quondam
nobile milite Bernabò de Macaruffi di Padova, inoltre a donna Mida, sua nipote
figlia del predefunto figlio Nicolò e moglie del nobile Armano di Castelbarco.
Silvia Rizzato
Silvia Rizzato
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