Spogli notarili dal Bambo e altre notizie

martedì 29 novembre 2016

Di un’avvocatessa trevigiana del XIV secolo.



Chi non ricorda Porzia ne “Il mercante di Venezia” che si traveste da uomo, calandosi nei panni di un avvocato per difendere Antonio nel processo in cui Shylock rivendicava la sua libbra di carne, per il ritardo del pagamento del suo debito?
William Shakespeare scrisse quest’opera teatrale tra il 1596 e il 1598, e la finzione scenica permise quello che era impensabile per una donna: l’esercizio della professione, ancora completamente ad appannaggio degli uomini.
Eppure spigolando tra vecchi documenti trevigiani, trascritti dal notaio Gustavo Bampo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo, si possono trovare quelli redatti per conto di Katerina da Lozzo dal notaio De Col San Martino Vivenzio, tra il 1371 e il 1374.
Katerian de Locio (Lozzo) viene definita Advocatissa Tarvisij. La definizione lascia intendere che la nobil donna doveva conoscere bene la materia giuridica, e probabilmente praticava quella professione che aveva reso famosa la sua famiglia.
Caterina era figlia di Guidone da Lozzo di Padova e moglie di Gualcellone Tempesta, pure lui avvocato a Treviso, abitanti in contrada di Sant’Agostino.
Nel 1374, nonostante sia sana di corpo e di mente, Caterina redige il suo testamento. È interessante leggere le sue disposizioni testamentarie per capire anche sommariamente la sua personalità
Caterina vuole essere sepolta nella chiesa di San Francesco, nella cappella di San Giovanni Battista dove già il figlio Nicolò riposava, cum una lastra supra e quindi non in un mausoleo o un’arca sepolcrale. Lascia numerosi e corposi legati, come di consueto facevano le persone facoltose in quel periodo, a frati, monache e chiese della città. Sorprende invece quel voler lasciare dei fondi per liberare dalla prigione alcuni carcerati.
Ma non solo: oltre alle consuete messe da celebrarsi dopo la sua morte, Caterina lascia 200 lire di piccoli affinché venga inviata persona idonea ad sanctum passagium contra infidelles, la quale doveva essere mantenuta per un anno a spese dell’eredità. E questo quando Pietro I re di Cipro aveva già siglato da sei anni il trattato di pace con il sultano d’Egitto, mettendo fine anche alla decima crociata.
Una parte cospicua del testamento è dedicata alle disposizioni per la realizzazione dell’arca sepolcrale che doveva accogliere le spoglie del compianto figlio Nicolò.
Caterina vuole che sia magistro Jacomello de Venetijs a realizzare l’arca e per questo dispone vengano spesi cento quattordici ducati d’oro. Giacomello da Venezia potrà realizzare l’opera nella sua bottega e una volta ultimata dovrà trasportarla oltre ad preparandam et conzandam dicta archam nella chiesa di San Francesco per ulteriori sedici ducati d’oro.
Nel caso si dovessero avanzare soldi dalla sepoltura del figlio, ordina ai commissari che venga fatta una cappella nella ditta chiesa.
Lascia poi due parti di tutti i suoi beni ai figli maschi legittimi e naturali del figlio Vampo e la terza parte di tutti i suoi beni, in parti uguali, al figlio Vampo e alla figlia Agnese moglie del quondam nobile milite Bernabò de Macaruffi di Padova, inoltre a donna Mida, sua nipote figlia del predefunto figlio Nicolò e moglie del nobile Armano di Castelbarco.

Silvia Rizzato

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